La preistoria: il paleolitico

L'uomo, così come oggi appare, rappresenta il prodotto raggiunto da un processo evolutivo iniziato molti milioni di  anni fa  che gradualmente si è modificato per adattarsi alle diverse situazioni ambientali per poter sopravvivere. Charles Darwin, più di un secolo fa, rivoluzionava il concetto di "uomo" affrancandolo dalle credenze popolari e religiose che lo volevano identificare come un essere superiore creato per mano divina illustrando come l'uomo non sia altro che la conseguenza di un lungo meccanismo di modifiche e mutamenti che lo collocano in un grande gruppo di mammiferi indicato con l'ordine dei Primati e di cui fanno anche parte le grandi scimmie (gorilla, scimpanzè e orang-utan), all'interno della grande famiglia degli Ominoidei. Da circa 12 milioni di anni, all'interno degli Ominoidei, si è definito il filone evolutivo della famiglia degli Ominidi, a cui appartengono gli uomini, e che ha visto il suo primo rappresentante nel Ramapithecus, un essere primordiale che comprese, attraverso la manualità, il concetto di strumento e dunque ebbe più mezzi per difendersi e per procacciarsi il cibo. Gli strumenti di cui disponeva erano essenzialmente elementari, ma anche un semplice ramo spezzato, impugnato, poteva rappresentare il passaporto per assicurarsi la sopravvivenza e garantirsi una stirpe, proseguendo quindi nel percorso evolutivo che l'avrebbe visto diventare australopithecus prima, homo habilis , homo erectus, homo sapiens e, infine homo sapiens sapiens.
La storia dell'uomo e dell'evoluzione della specie umana è quella del più forte che sopravvive a discapito del debole che soccombe perché meno adatto, meno forte, meno intelligente.

Il processo di evoluzione fu comunque estremamente lungo, se il ramapithecus è collocabile in quel periodo che dista da noi 12.000 anni, i progressi più evidenti e radicali si sono ottenuti negli ultimi 2 milioni e mezzo di anni, periodo in cui l'ominide si è reso diverso dagli altri animali e dagli altri ominoidei, questa diversità è stata possibile sia per lo sviluppo della struttura fisica che ha permesso all'uomo di adattarsi all'ambiente sia, soprattutto, per lo sviluppo del cervello che ha permesso nuove visioni della vita, nuove soluzioni, nuove prestazioni.

 La comunicazione è stato l'elemento aggregante che ha aperto  nuove frontiere e nuove prospettive: se è vero che molti animali imparano dalla semplice osservazione dei comportamenti altrui è sicuramente vero che con la comunicazione diretta si possono condividere le conoscenze e trarre vantaggi e benefici collettivi che hanno risvolti anche sul benessere individuale. Imparare a comunicare con gli altri ominidi è stato fondamentale nel successo della sopravvivenza umana, anche la comunicazione ha subito un percorso lento ma inesorabile iniziando con i gesti, proseguendo con grida articolate e con la mimica per raggiungere infine le parole. La componente culturale è quella che ha accelerato il processo evolutivo, permettendo all'omidine di raggiungere, in 2000 anni, risultati che non erano stati sfiorati in 10.000 anni.

La componente culturale, però, se da una parte ha permesso lo sviluppo in molti casi è stata anche causa della propria disfatta. Esattamente come sopravviveva l'individuo più forte e intelligente, così è stato anche per le culture. Sono sopravvissute e si sono evolute le culture elastiche e dinamiche, capaci di adattarsi con il mutare delle situazioni e sono scomparse quelle troppo legate ai fattori ambientali di origine e che non hanno saputo superare la crisi dettata dai  mutamenti.
Ecco perché alcune civiltà, efficienti e complesse sotto alcuni punti di vista, non hanno saputo sopravvivere e in molti casi sono scomparse senza che gli antropologi possano averne comprese le ragioni, ed ecco perché ancora oggi sopravvivono delle culture che poco hanno a che fare con il nostro stile di vita, strettamente legate con l'ambiente con cui hanno ancora oggi rapporti  primordiali. In Australia, per esempio, ci sono tribù di aborigeni che vivono utilizzando ancora le pietre scheggiate come strumenti, curioso è stato scoprire come alcuni loro strumenti fossero stati realizzati con materiali approdati sulle rive come bottiglie o lattine di coca cola.
Quello che conosciamo sulla preistoria lo abbiamo imparato attraverso lo studio delle testimonianze emerse dal passato. Sappiamo che l'evoluzione fisica ha generato uomini con il cranio sempre più grande perché i frammenti ossei ritrovati lo testimoniano, e possiamo quindi scientificamente affermare che il volume del cervello cresceva nell'uomo e il corpo si è adattato a questo mutamento, permettendogli di evolversi. Ma possiamo scoprire molte cose sulla vita dell'uomo preistorico attraverso l'analisi dell'utilizzo degli oggetti, o dei frammenti di oggetti, che sono arrivati fino a noi. I primitivi si ingegnarono a costruire oggetti per rispondere a due necessità:

  •  doversi difendere, dai predatori e dai nemici
  •  procacciarsi il cibo e agevolarsi la vita attraverso i mezzi di sussistenza

Durante il periodo paleolitico (età della pietra) l'ominide si procurava il cibo attraverso la caccia e la raccolta di quello che la natura offriva, gli utensili di pietra erano costruiti per avere determinate proprietà: dovevano tagliare, ferire, raschiare. Dovevano quindi avere una punta e un filo tagliente, e il filo doveva essere quanto più possibile lungo e rettilineo, e doveva essere possibile riaffilare l'utensile che si era danneggiato.
Probabilmente i primi ominidi costruivano queste armi nel momento stesso in cui ne avevano bisogno, per esempio prima di una battuta di caccia, abbandonandoli poi sul terreno dopo l'uso, questa considerazione deriva dai grandi ritrovamenti di pietre scheggiate in quei luoghi dove si concentrarono i primi ominidi.
Successivamente si comprese che l'utensile poteva essere riutilizzato, e riparato all'occorrenza, e si iniziarono a conservare costituendo quindi un primo "bagaglio" di beni collegati alla vita quotidiana.

Il primo boom che riguarda la produzione, la diversificazione e la qualità dei manufatti prodotti si colloca nel paleolitico medio e vede come protagonista l'uomo di Neandertal. La lavorazione delle pietre diventa accurata, i manufatti più comuni sono le punte, le amigdale e i raschiatoi, i ritocchi (le scheggiature più piccole) sono molto precisi così come i taglienti sono lunghi e rettilinei. Il peso di queste armi poi era molto leggero, rendendoli maneggevoli. Di grande diffusione erano poi le bolas, bocce di pietre legate con fibre vegetali e corde che rappresentavano un'arma da getto in grado di fare cadere gli animali e, attorcigliandosi sulle zampe, impedirne la fuga.

Naturalmente non venivano prodotti oggetti solo con le pietre ma venivano utilizzati anche legno e ossa e altri materiali molli che si sono autodistrutti con il tempo.
Come vivevano i neandertalesi?

L'uomo di Neandertal è stato, nella sua specie di Homo sapiens, la forma più duratura, con la sua presenza su questa terra per oltre 100.000 anni, un periodo estremamente lungo se paragonato alla vita dell'homo sapiens sapiens che conta "solo" 35.000 anni di passato.

Dallo studio delle ossa ritrovate si è potuto stabilire che l'uomo di Neandertal aveva ossa robuste adatte a sorreggere muscoli possenti. Sani di struttura, avevano una buona alimentazione ma potevano soffrire di rachitismo per la scarsa esposizione al sole e per il clima freddo in cui vivevano.
La loro vita, inquadrata nel paleolitico, era scandita dalla caccia di grosse prede di cui si nutrivano cuocendone le carni sulle pietre arroventate attorno ai focolai e accompagnandole con tuberi, semi e frutta;  dagli animali cacciati recuperavano le pelli per cucirsi i pesanti abiti che servivano per contrastare il gelo della tundra al limite dei ghiacciai dove vivevano e per coprire le capanne dove vivevano. Utilizzavano spesso i denti come attrezzo, per trattenere i fili delle cuciture e per infinite esigenze della vita quotidiana.
Altra rivoluzione che cambiò il modo di vivere dei primitivi, e che ben comprese l'uomo di Neandertal, era il senso del tempo. Se, fino ad un certo punto, le azioni erano le risposte delle esigenze immediate (scappare da un pericolo, procurarsi il cibo per la fame) si iniziò a pensare in modo più lungimirante e a prevedere anche le esigenze future. In questo modo la produzione di attrezzi che non servivano nell'immediato (ma sarebbero serviti presto) o l'osservazione della natura (dove cade un seme oggi domani nascerà una spiga) aprirono le forme del pensiero astratto e della progettazione.
Sempre dall'osservazione della natura sono scaturiti i primi pensieri astratti che riguardavano la religione e il rapporto con l'al di là.

Perché seppellire gli uomini? Probabilmente perchè, osservando la natura, si era constatato che seppellendo un seme o un tubero questo torna a rinascere, dunque perché non fare tornare in vita anche i compagni morti? Ma questo era un pensiero pericoloso in quanto, se era un vantaggio riavere con se la persona scomparsa, era anche un rischio... ci sarebbero state nuove bocche da sfamare? come si sarebbero comportati questi morti tornati in vita? Assieme al concetto di vita e di morte sorgeva il timore per lo sconosciuto e si iniziavano a celebrare i primi riti magici per stabilire un compromesso con le forze invisibili soprannaturali. E' nel tardo paleolitico che il legame tra natura e soprannaturale si rafforza attraverso la raffigurazione e l'iconografia a carattere divinatorio. Nelle grotte compaiono i primi disegni, scolpiti nelle pareti più nascoste delle caverne, l'intento è quello di ingraziarsi queste forze misteriose e ottenere dei benefici: rappresentando l'immagine degli animali era celebrare un rito che doveva influenzare l'esito della caccia, così come intagliare cavalli e mammut era un modo per idealizzare il proprio desiderio e cercare l'intercessione divina per agevolarla

L'uomo di Neandertal aveva sviluppato un'economia e una dieta adatte alla sopravvivenza nel clima rigido in cui viveva, ma il mutare delle condizioni geologiche non poteva essere previsto, neanche attraverso le divinazioni nelle grotte. Nelle ultime fasi del glaciale i branchi delle grandi prede si fecero sempre meno numerosi e molti territori ai margini dei ghiacciai divennero inabitabili a causa degli allagamenti prodotti dall'innalzamento della temperatura. Questo isolamento può avere causato la scomparsa dell'uomo di Neandertal, scomparsa parallela alla diffusione massiccia dell'homo sapiens, i due convissero per un periodo di tempo ed è anche possibile pensare che ci siano stati degli incroci tra le due diverse razze, incroci di cui non esiste però alcuna testimonianza genetica, così come è possibile pensare che l'origine diversa dell'homo sapiens  ne abbia determinato la sopravvivenza per via di caratteristiche fisiche differenti: probabilmente avevano la pelle più scura e meno sensibile ai raggi solari, probabilmente si erano sviluppati in climi più miti, probabilmente erano per loro natura nomadi e spostavano i loro insediamenti con naturalezza al mutare delle condizioni climatiche.


1 commento:

Anonimo ha detto...

il testo è un pò breve

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