La debolezza dell'Impero d'Occidente e il Sacco di Roma dei Visigoti

I lasciti di Teodosio I

Teodosio I era stato un imperatore determinante, una forza unificatrice tanto per l'Occidente quanto per l'Oriente, aveva accettato lo schema di Diocleziano ma si era mostrato attivo, sia a livello politico che religioso, su entrambi i fronti e aveva stabilito la sua linea successoria assegnando al figlio maggiore Arcadio l'Oriente e al figlio minore, Onorio, l'Occidente.
Entrambi i figli, il maggiore diciassettenne e il minore di soli 10 anni alla morte del padre, avvenuta nel 395, non erano minimamente all'altezza del padre, l'unica ad aver ereditato la capacità politica del padre sarà la figlia, Galla Placidia.
Arcadio governò apparentemente per una manciata di anni, sotto la guida, direzione e imposizione del prefetto Antemio, ossia l'uomo che volle cingere Costantinopoli da fortificazioni murarie straordinariamente solide, morì giovane e fu sostituito dal figlio Teodosio II, sotto la reggenza iniziale di sua sorella maggiore, Pulcheria.

La debolezza dell'impero d'Occidente

L'impero d'Occidente si trovò subito a fare i conti con criticità che, nel giro di pochi decenni, ne avrebbero causato il crollo.
A guidare Onorio c'era Stilicone, il generale vandalo, e dunque di origine barbariche che si era guadagnato la stima di Teodosio I tanto da sposarne la nipote, Stilicone rivestì prima il ruolo di tutore del giovane imperatore e poi quello di primo ministro.
Uomo di grande cultura e intelligenza, Stilicone era tanto amato (il suo protetto, il poeta Claudiano, gli dedicò numerosi encomi) quanto odiato, molti lo consideravano più un Vandalo che un Romano, il lavoro di Stilicone non era certo facile,  gli italici di nascita cercavano di evitare il servizio militare, e le truppe costavano molto denaro all'Impero. Per riuscire a recuperare truppe nello scarno esercito del tardo impero  Stilicone si rivolse sempre maggiormente a quei popoli barbari che accoglievano i suoi inviti a gran numero, offrendo loro concessioni territoriali, tattica che sarà ampiamente utilizzata anche dal generale Ezio, e tra gli altri iniziò a stringere accordi con  il visigoto Alarico

Alarico e Stilicone 

Alarico era un militare Visigoto, anche lui era entrato nelle grazie di Teodosio I ma non aveva ottenuto alcun riconoscimento nella carriera militare e questo l'aveva amareggiato a tal punto che aveva deciso di mettersi in proprio, con un personale esercito di fedeli, senza dover sottostare al dominio altrui.

Alarico e i suoi uomini inizialmente puntarono a Costantinopoli, ma quando capirono che la città era inespugnabile iniziarono a far scorrerie lungo la Grecia.

Nel 400, Alarico ripiega verso l'Italia, costringendo Stilicone a indebolire le linee di confine spostando molte truppe all'interno del territorio, le truppe Visigote si muovevano molto lentamente perché più che un assalto militare si stava verificando una vera ondata migratoria, infatti al seguito dei soldati c'erano le famiglie, donne e bambini.

Stilicone riuscì a far arretrare i Visigoti e i due strinsero un accordo che assicurò un periodo di tranquillità che durò fin quando Stilicone mantenne il potere.

I sospetti su di lui continuarono e nel 408 le voci di un complotto ai danni dell'imperatore lo costrinsero a cercare rifugio in una chiesa di Ravenna, da cui uscì solo con la promessa della libertà, promessa che non fu  mantenuta e che anzi si trasformò nella sua condanna a morte.


Tensioni etniche e il primo assedio di Roma

Le tensioni tra nativi e immigrati erano molto forti in quel periodo e in una sommossa, che oggi potremmo definire "razzista" molti militari goti vennero uccisi assieme alle loro famiglie, questo naturalmente spinse molti altri stranieri di varie etnie a passare dalla parte di Alarico che vedeva il suo esercito crescere in modo spontaneo tanto da poter finalmente ambire a quel progetto ambizioso che solo Annibale, 600 anni prima, aveva intrapreso... marciare su Roma!

Le truppe di Alarico giunsero alla periferia di Roma nel settembre del 408 e vi rimasero per tutto l'inverno, assediando la città che si trovò a fare i conti con le mancanze di scorte alimentari e con la fame. Solo dopo aver ottenuto un cospicuo riscatto Alarico accettò di allontanarsi.

Senza più Stilicone al comando, l'Imperatore Onorio e i suoi collaboratori si dimostrarono incapaci di gestire il problema Alarico, che ora, forte dello scacco dato, chiedeva un territorio all'interno dell'Impero per il suo popolo.
Le richieste di Alarico inizialmente riguardavano l'area di Venezia, la Slovenia e l'Austria Orientale, poi abbassò il tiro e si limitò a chiedere l'Austria orientale. C'era anche un'altra cosa che Alarico voleva, quella che Stilicone aveva avuto e non lui, ossia diventare generale dell'Impero, assicurando così la sicurezza ad Onorio.
Ma l'imperatore si dimostrò irremovibile e rispose picche su tutta la linea.

Alarico allora tenta ancora una carta diplomatica e, con il consenso del Senato, propone di nominare imperatore il Greco Attalo. Questa mossa era dovuta al fatto che Alarico, a dispetto degli eventi, si considerava un suddito dell'Impero e si definiva "l'amico della pace e dei Romani", Alarico voleva a tutti i costi essere considerato come una forza dell'impero, non come uno straniero senza diritti e senza voce in capitolo.

Onorio si rivolse allora all'impero d'Oriente, dove suo nipote Teodosio II, che aveva preso il posto del fratello Arcadio, gli mandò sei legioni di supporto.
Forte di quei numeri, Onorio continuò a ignorare le richieste di Alarico che, messe da parte le sue insoddisfazioni personali, diede una stretta finale al pugno di ferro tra i due e decise di mostrare tutta la sua forza dirigendosi nuovamente su Roma ma dando nuovi ordini alle sue truppe: entrare, occuparla e fare danni! 

Il sacco di Roma (410)

L'ingresso a Roma fu sorprendentemente facile, Alarico non incontrò particolari resistenze, nessuno immaginava che l'avrebbe fatto davvero, nessuno immaginava che si poteva fare davvero... nessuno si era accorto di quanto la situazione interna fosse mutata in quei secoli e di quanto la città fosse diventata vulnerabile.

Quei barbari, tanto disprezzati, che pure avevano costituito la spina dorsale negli eserciti di frontiera del tardo impero, quei barbari che silenziosamente si erano insinuati nelle poltrone del potere, quei barbari che altro non erano che popoli in cerca di una casa e di pace, ora erano in città, ed erano furibondi!

I Visigoti entrano in città e in tre giorni di permanenza la spogliano dei suoi tesori, tra cui l'urna d'oro contenente le ceneri dell'Imperatore Traiano conservata all'interno della colonna, bruciano ville e monumenti, depredano  quartieri , catturano ostaggi importanti, come l'augusta Galla Placidia, e spargono sangue e terrore, ma... moderatamente, risparmiando le Chiese e le persone che vi avevano trovato rifugio. I Visigoti erano cristiani, appartenenti all'arianesimo, e per quanto il Sacco di Roma fu una ferita da cui l'impero non si risollevò mai, avrebbero potuto fare danni ben maggiori se avessero voluto. 

Le reazioni al sacco di Roma destarono sconcerto e incredulità, San Girolamo  scrisse "Chi d'ora in poi potrà credere o quali storie metteranno seriamente in discussione il fatto che Roma debba combattere all'interno dei suoi stessi confini non per la gloria, ma per la sua stessa sopravvivenza; e che essa nemmeno combatte ma, sacrificando tutte le sue sostanze, compra il diritto all'esistenza con l'oro?" e aggiunge "Questa umiliazione le è stata inflitta non per colpa degli imperatori, che sono tutti e due religiosissimi, ma dal crimine di un traditore mezzo barbaro, che con i nostri soldi ha armato i nostri nemici contro di noi" parlando di Stilicone, a cui attribuiva colpe che non aveva.

Sant'Agostino, invece, scrisse "Tutte le devastazioni, gli omicidi, i saccheggi, gli incendi e le crudeltà patite durante il recente disastro di Roma erano comuni a tutte le guerre; d'altro canto vi erano anche molte cose inconsuete: la ferocia dei barbari era così contenuta che essi addirittura decisero di non toccare basiliche piene di gente, risparmiando le loro vite; al loro interno non venne sferrato alcun colpo e nessuno fu ridotto in schiavitù". Per Sant'Agostino fu il cristianesimo a moderare le violenze dei Visigoti, risparmiando dal terrore chi aveva cercato rifugio nelle chiese.

La decadenza di Roma, ormai città irrilevante politicamente, rafforzò enormemente il potere della chiesa, quando Papa Innocenzo, che al momento del sacco di Roma si trovava a Ravenna rientrò a Roma non vi trovò più le antiche famiglie aristocratiche di un tempo, nessuno poteva competere con lui in autorità...e questo rafforzò tantissimo il suo potere, Roma non era più l'antica città protetta dall'Impero, ora solo un Papa avrebbe potuto rassicurare la popolazione, solo la Chiesa avrebbe potuto accoglierla..

La fine di Alarico

Alarico intanto proseguì il suo viaggio, considerando Roma come una semplice tappa e pensando di dirigersi verso l'Africa del Nord, dove già avevano trovato ospitalità i Vandali e dove si produceva la maggior parte del grano che riforniva l'Italia. Non terminò il suo viaggio però, arrivato in Calabria, nei pressi della città di Cosenza,  fu stroncato da un'improvvisa malattia.

Il suo seguito decise di seppellirlo, facendo deviare temporaneamente il letto del fiume Busento per scavare una tomba inaccessibile, dove seppellirlo assieme al suo cavallo e ai beni più preziosi del bottino, beni di un valore storico inestimabile come l'urna di Traiano, l'oro di Tito e la Menorah di Mosè, come era usanza fare per i grandi Re.
Tutti gli schiavi adoperati per la costruzione della tomba furono uccisi dopo aver terminato il lavoro per non rivelare a nessuno il luogo della sepoltura.

Nel 2015 si è cercato di dare il via alla caccia al tesoro, tutti i cercatori di fortuna erano già pronti con i loro georadar tecnologici, mappe storiche droni e tutto quello che la tecnologia può mettere a disposizione... ma l'autorità di Roma (strano a dirsi) all'ultimo ha rifiutato il permesso per la bonifica del fiume per... mancanza di prove.

Anche senza quell'oro, Alarico ha segnato la storia dei Cosentini che lo hanno adottato per sempre, riconoscendogli se non tanto la cittadinanza in vita, l'onore di una statua che ne celebra il personaggio, il carisma e che lo riconosce finalmente come parte di una terra che lo accetta.

La storia di Alarico finisce quindi sulle rive del Busento, ma non quella delle sue truppe, che ora, guidate da suo cognato Ataulfo, proseguiranno il viaggio, cambiando rotta. 
E tra Ataulfo e  Galla Placidia scocca la scintilla dell'amore...






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