Inuit e Yupik, i popoli dell'Artide


Chi sono gli inuit e gli Yupik?

Ci sono terre senza confini se non quelli dettati dal mutare della natura, terre nascoste da strati di candida neve e ghiaccio abbagliante, terre sommerse dal mare di cristallo, avvolte in un sacro silenzio di gelida pace.

Questo è l’Artide,  un po’  Europa, un po’ America, un po’ Asia, e nulla di tutto ciò allo stesso tempo, soprattutto mare, che il freddo irrigidisce in ghiaccio ma che conservando la sua natura di mare permette di mitigare la temperatura quanto basta per renderla, difficoltosamente, vivibile.


L’Artide, la terra degli uomini. Non chiamateli eschimesi, è un termine dispregiativo esattamente come se vi definissero mangiaspaghetti, loro sono i popoli degli Inuit e degli Yupik e non si sono estinti, non ancora almeno… ma è difficile parlare di loro oggi.

Fino a poche decine di anni fa la loro vita era esattamente quella di 100, 1000, 1500 anni fa… una vita fatta di caccia e di pesca, di famiglie che condividevano tutto perché nulla era superfluo e tutto era funzionale alla vita della comunità. Bravissimi artigiani sapevano costruire kayak per spostarsi via mare e slitte per spostarsi sul ghiaccio che permettessero loro di sopravvivere nella ricerca di cibo in una terra che non c’era...Si orientavano con le stelle, osservavano la neve e in questo manto candido sapevano leggere le mille sfumature della mutevolezza del tempo e delle stagioni, anticipando i pericoli per poter sopravvivere in un deserto glaciale senza oasi.


Per quanto “vicini” e in un certo senso parenti, la vita di Inuit e Yupik era organizzata in modo diverso. Gli Yupik trascorrevano la primavera e l’estate spostandosi lungo gli itinerari di pesca con il proprio nucleo familiare e d’inverno si riunivano nei villaggi, vivendo in collettività. Nella casa degli uomini gli adulti insegnavano ai giovani l’arte della sopravvivenza, della caccia e della fabbricazione degli utensili mentre nell'adiacente casa delle donne le adulte insegnavano alle giovani a cucire, tessere e cucinare. Succedeva poi che, per un mesetto circa, i ragazzi e le ragazze si invertissero così che tutti potessero apprendere comunque quelle mansioni che, seppur tradizionalmente attribuite all'altro sesso, appartenevano al patrimonio culturale di tutti. L’artigianato degli Yupik era particolarmente pregiato, sapevano lavorare il metallo, la pietra e l’osso con grande maestria per costruire armi da caccia quali arpioni, lance e coltelli, ma anche kayak in grado di mantenere il corpo asciutto anche in caso di ribaltamento in acqua.

L’abbigliamento tipico prevedeva la pelliccia, indispensabile per ripararsi dal freddo, impermeabili di budello di foca, racchette da neve e occhiali per difendere gli occhi dal bagliore del ghiaccio, perché per cacciare la vista era determinante. Yupik e Inuit avevano sviluppato una vista acutissima, necessaria per sopravvivere in un ambiente in cui l’unica risorsa alimentare è data dalla caccia o dalla pesca, anche il resto del corpo si era “adattato” per sopravvivere all'inospitalità dell’ambiente, sviluppando corporature robuste per sostenere il lavoro fisico ma con una modesta statura, per difendersi meglio dagli agguati del gelo.

Gli Inuit d’inverno costruivano gli igloo, casette a forma di cupola forgiate con blocchi di neve compatta a cui si accedeva da un basso corridoio e a cui era contrapposta una finestrella chiusa con una lastra di ghiaccio sottile o da una tenda di pelle, e la luce, la cucina e il riscaldamento venivano prodotti con la lampada che bruciava il grasso di foca. Grazie alla caccia alle foche gli Inuit sono sopravvissuti, si sono nutriti, coperti e riparati per lunghissimi secoli. D’estate vivevano all'interno di tende erette su costole di balene ricoperte di pelli, ingegnosi costruttori dell’arte della sopravvivenza. 
Ad oggi si contano circa 25.000 Yupik e 160.000 Inuit, sparsi in un territorio che  sta subendo le contaminazioni del profitto e della mentalità occidentale.

La terra si sta surriscaldando e anche nell'Artide molti ghiacciai si stanno sgretolando, lasciando intravedere la possibilità di realizzare nuove rotte marine, ad oggi percorse solo da pochi esploratori con successo, per collegare l’oriente con l’occidente, e una miniera di tesori giacenti nei fondali che un tempo erano catene montuose ora rivendicate da tutti i paesi vicini: gas, petrolio, oro, platino, diamanti, zinco e carbone… La caccia alle foche è stata vietata, e questo ha determinato la fine dell’autosufficienza degli Inuit che oggi vivono in case di mattoni, cibandosi di cibo in scatola omaggio di quei paesi a cui, politicamente, devono rendere conto… Gli Inuit stanno perdendo la loro identità e sono in via di estinzione, per questo ho dovuto parlare di loro al passato, pur essendo ancora popoli vivi.

Ci interroghiamo sulle abitudini di vita degli uomini primitivi, immaginiamo le loro vite senza tutti i comfort a cui siamo abituati e ci chiediamo come possano essere sopravvissuti, ma non ci preoccupiamo per gli inuit e per gli Yupik, eppure la loro vita è rimasta immutata per 1500 anni almeno e solo negli ultimi decenni la sopravvivenza di questo popolo è entrata realmente in crisi, per colpa nostra. Perché il nostro mondo occidentale si autolegittima nel rivendicare risorse economiche e regole morali, senza considerare quei cordoni ombelicali che hanno consacrato questi popoli alla terra di ghiaccio e di neve preservando l’autenticità della durezza di una sfida alla sopravvivenza, senza considerare che il valore di un popolo, della sua cultura, delle sue tradizioni è il vero tesoro per l’umanità, la vera risorsa per la sopravvivenza di tutto il pianeta.

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